Storie Vere/ Ce l’hai mica una sigaretta?

di Sergio Dalla Ca’ di Dio

 

La responsabile dell’Ufficio Atti di Identità mi scruta come se avesse davanti un marziano. “Come? Vive in canale?”. Il mio sguardo è altrettanto stupito. Non dico niente ma i miei occhi tradiscono un “Mi prende in giro?”. In una città dove più di 2000 persone vivono in strada, dove tutte le mattine più o meno da ogni tombino che porta alle condutture dell’acqua calda esce un ragazzo o una ragazza assonnato e con il sacchetto di colla in mano, quella domanda mi risulta a metà tra la presa in giro e lo “Scusi, sono naufragata su un’isola deserta e rimasta là per quarant’anni, sono appena tornata”.

Detto da una funzionaria della polizia è ancora più snervante. Cerco di tirare fuori il mio lato diplomatico ma mi rendo conto che prevale il sarcasmo: “Signora, capisco che forse non se ne sia mai accorta, ma qui, a Bucarest, è pieno di persone che non hanno una casa. Qualcuno occupa appartamenti in centro, qualcun altro si rifugia nei canali. Sa, d’inverno la notte è fredda, rimanere in strada non è molto salutare”.

Col senno di poi non è stata la scelta migliore. Già parlare di persone in strada, quindi “portare alla luce il problema” e non ignorarlo come fa la maggior parte delle persone, mi rende poco simpatico; ad aggravare il tutto, parlo con spiccato accento italiano condito di errori di grammatica, sono vestito da allenamenti di calcio (li abbiamo fatti stamattina presto) e, ancora sudato, sono piombato qui alla sezione di polizia in compagnia di un ragazzo senza un piede, malvestito e sporco – “un boschettaro”, direbbe la maggior parte della gente – per chiedere di fargli un documento di identità! Credo mi abbiano preso per matto. O molto, molto stupido. I. mi guarda e scuote la testa come a dire “Lo sapevo che finiva così”. La mia frustrazione aumenta. Siamo quasi coetanei, anche se sembra mio padre in quanto a età dimostrata. Non ho mai capito come ha perso il piede, tutti dicono che è sempre stato così da quando l’hanno conosciuto. Però mi ha sempre stupito la velocità con cui riesce a muoversi quando ha una meta da raggiungere; a volte non solo tiene il mio passo, ma mi sembra rallentare apposta per non stancarmi troppo. Non ho nemmeno ben capito quante mogli, fidanzate e figli abbia sparsi per la città. Nelle quattro volte che abbiamo girato in auto per uffici e questioni burocratiche, me ne ha indicate almeno cinque diverse, tutte nevasta, sotia, prietena o femeia (moglie, fidanzata o “donna”, nel senso più intimo del termine), e tutte con copil a seguito, ovvero col bambino. Dò per scontato che intenda dire che sono tutti figli suoi. Quello che so per certo è che I. in strada ci ha passato quasi tutta la vita, trentaquattro anni. Prima in orfanotrofio, poi in canale. “Mai avuto un documento”, dice. Non so se credergli. “E il certificato di nascita l’ho perso”. A questo credo. So bene però che la carta di identità non ce l’ha. Che l’abbia persa o non l’abbia mai avuta, poco cambia: senza carta di identità sei un perfetto Signor Nessuno e diventa impossibile ottenere visite mediche, farmaci, pensioni di handicap, un lavoro.

Soprattutto però, per emettere una carta di identità serve un domicilio, che va dimostrato con qualche altro documento: un contratto di affitto, una bolletta e senza il domicilio nessuno ti fa nulla.

“E io come faccio a essere sicura che lui sta proprio dentro quel canale ?”.

La frustrazione si riappropria di me. Cerco di non cedere di nuovo al sarcasmo. “Signora, se può prendersi dieci minuti la accompagno in macchina e scendiamo insieme in canale, così vede il materasso, la coperta e il sacchetto di colla che ha usato ieri sera prima di addormentarsi”. Vorrebbe suonare collaborativo, risulta quasi una sfida. La signora inizia a prendere scuse. Su un pezzo di carta ci scarabocchia un nome, il suo ‘superiore’, e ci dice di tornare l’indomani e parlarne con lui. Protesto, protestiamo, con tono civile ma fermo, in realtà poco cambia. Rassegnati, ci prepariamo a riaffrontare le stesse discussioni e le stesse domande piene di stupore anche l’indomani mattina. La fortuna però a volte non si trova dietro l’angolo ma dietro la porta.

Il poliziotto di quartiere entra mentre noi stiamo raccogliendo le foto e le scartoffie che abbiamo compilato per inoltrare la domanda. Guardo la dichiarazione firmata che attesta che “I. è un beneficiario di Parada da dieci anni”: il naso rosso della carta intestata risulta ancora più beffardo davanti agli impiegati così seri e impettiti nello svolgere il loro lavoro.

“Ciao I., cosa ci fai qui?” domanda il poliziotto. I. sorride e spiega il motivo della nostra visita. Lui guarda la responsabile e dice “Ma io lo conosco da almeno 15 anni I.! è sempre stato lì al canale davanti all’ospedale. Sapesse quante sigarette mi ha scroccato…”

Scoppio in una risata che mette fine a ogni possibilità di amicizia con la responsabile dell’ufficio, ma so bene cosa significhi portare la croce dell’essere fumatore e incontrare un ragazzo di strada: ho visto persone consumare interi pacchetti appena varcata la soglia del Centro Diurno di Parada. Non faccio in tempo a pensare, come faccio sempre quando vedo fumatori perdere decine di sigarette, “per fortuna ho smesso”, che il poliziotto si offre di firmare a sua volta una dichiarazione che dice che I. vive proprio in quel canale. Penso: “giusto: in fin dei conti, quella è casa sua da quindici anni”. Mi auto-rispondo: “ma come diavolo posso accettare di chiamare ‘casa’ un canale?” E qui rimango sempre senza risposta. La voce della signora mi risveglia dalla mia discussione privata. è esasperata. “Ritornate domani a ritirare la carta di identità!” I. sorride, il poliziotto anche, io ringrazio tutti, la signora e il poliziotto. La signora mi guarda come a dire ‘ma chi te lo fa fare’.

Il poliziotto è già fuori. I. mi abbraccia e mi ringrazia. Poi ringrazia il poliziotto. Con molto trasporto. Il poliziotto ha lo sguardo buono. Gli stringe forte la mano e gli dice di fare il bravo. “Certo capo, ci mancherebbe. Ci vediamo presto”. Ci avviamo alla macchina. I. ha il passo svelto con l’unico piede che si muove a velocità doppia. Si ferma all’improvviso e torna indietro di tre passi. “Capo, Capo!”. Il poliziotto si gira: “Si, I.?”.

“Ce l’hai mica una sigaretta?”.

Per fortuna ho smesso.

This post is also available in: Inglese

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Verified by ExactMetrics