foto di Pablo Scavino
Il nonno era un pianista e aveva la sua orchestra di tango, il padre cantava ma per Carolina Bonaventura la passione tanguera arriva inaspettata, quando già adolescente studia per diventare una ballerina di danza classica. Oggi la sua scuola Mariposita de San Telmo, nel cuore di Buenos Aires, è un punto di riferimento. Ho incontrato questa instancabile ambasciatrice della cultura del tango argentino lo scorso ottobre a Bucarest, ospite d’onore della seconda edizione di Bucarest Days, il festival organizzato da Giorgio Panico e Mariela Roșu che a Bucarest dirigono la Şcoala Urquiza che segue l’Efecto Mariposita©.
Carolina, di che cosa parliamo quando parliamo di tango argentino oggi?
Nel tango argentino esiste un prima e un dopo. Fino agli anni Quaranta imparavi il tango a casa: tuo padre, tuo zio te lo insegnavano, la gente, i vicini. Esisteva una cultura del tango, era una musica che si ascoltava durante tutto il giorno, il tappeto sonoro della quotidianità: ti arrivava dalla radio, dalla strada, dalle orchestre che suonavano dal vivo. Le nostre vite scorrevano attraverso il tango. Gli eventi politici degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta portarono il tango a un graduale oblio collettivo: cominciò a essere considerato sempre meno di moda, infine improprio in un regime politico che cercava di impedire forme di associazione e raduni in luoghi pubblici. Così il tango scomparve dalla strada e dalla vita di Buenos Aires, scomparvero le occasioni di incontro e le milonghe. Si arrivò al punto che, anche quando era consentito riunirsi e ballare, la gente non conosceva più i codici e ballava rock and roll o musiche pop stile Beatles: la scena ormai era del tutto diversa. Si ascoltava ancora qualcosa di tango ma non più di due o tre pezzi a serata. Quello che è venuto a mancare di più, è stata la trasmissione delle conoscenze tra le generazioni, al punto che ormai per i giovani il tango apparteneva a un’epoca tramontata per sempre. Qualcosa di decisivo e destinato a cambiare la scena, accade negli anni Ottanta, quando, subito dopo la caduta del regime militare, un produttore, Claudio Segovia, dopo una meticolosa ricerca durata anni, riesce a radunare le coppie di milongueros ancora attivi e a creare un grande spettacolo. Tango Argentino debutta a Parigi nel 1983 e fu subito un grande successo, il propulsore della rinascita di questo ballo in tutto il mondo. Furono dunque questi milongueros, divenuti presto celebri, a cominciare a creare scuole di tango. Ma qualcosa nel modo di trasmissione del tango era cambiato per sempre: prima era informale, corpo a corpo, letteralmente di padre in figlio, ora formale, attraverso scuole e accademie di tango. E in questo passaggio quello che è venuto a mancare è una metodologia o pedagogia, poiché ciascuno ha cominciato a trasmettere quello che sapeva in una miriade di modi diversi, secondo un semplice schema di copiatura.
“Il modo di trasmissione del tango oggi è : prima era corpo a corpo, letteralmente di padre in figlio, ora attraverso scuole e accademie di tango”
E per te, quando e come il tango è entrato nella tua vita?
Mio nonno era un pianista e aveva la sua orchestra di tango, mio padre era un cantante di tango, quindi posso dire che prima ancora di nascere, ascoltavo il tango. Ho cominciato presto a danzare musica classica e contemporanea, poi un giorno, ero già un’adolescente, la mia insegnante mi ha proposto di provare il tango. Non avevo alcuna predilezione a riguardo ma nemmeno pregiudizi. Appena ho ascoltato quella musica e ho mosso i primi passi mi sono detta “ma questa musica la conosco benissimo!” Così sono stata ricondotta alla tradizione musicale della mia infanzia ed è stato per questo richiamo delle origini che ho cominciato a ballare il tango.
Qual è il tuo approccio al tango?
Per la mia generazione è stato molto difficile, dovevamo ricominciare da zero: innanzitutto è stato necessario capire i movimenti base, creare cioè una pedagogia del tango. Un passaggio chiave è stato scomporre il movimento in modo da comprenderlo, perché non è sufficiente dire che il tango è connessione, che bisogna mantenere il contatto col suolo: devi anche comprendere e poi saper spiegare come tutto questo può fisicamente avvenire. Quindi, il primo passo è quello di saper decostruire ogni movimento in modo da ricostruirlo in modo consapevole e corretto.Questo è il tipo di ricerca alla base della scuola Mariposita de San Telmo che ho aperto a Buenos Aires nel 2007 [in questi giorni la scuola celebra i dieci anni dalla nascita, ndr.]. Ho scelto la sede nel quartiere più antico di Buenos Aires in una casa di cent’anni, che dopo aver comprato, ho ristrutturato completamente. Questa scelta è nata perché dopo aver danzato ovunque, mi resi conto che mancava uno spazio idoneo, come il tango avrebbe meritato. Il tango faceva parte della mia cultura, era un’espressione artistica che meritava un luogo che onorasse tutto questo. Per realizzare il mio progetto ho curato ogni aspetto – dalla scelta del luogo, a quella dei colori, dei materiali, alla luminosità degli spazi, insomma, mi sono detta: “voglio creare uno spazio che sia all’altezza del Tango!

Quali sono i principi di base del metodo Mariposita che anche Giorgio e Mirela propongo qui a Bucarest alla scuola Urquiza?
Trattandosi di un’esperienza fisica che coinvolge il corpo, il mio metodo è studiato in modo da permettere alle persone di ristabilire innanzitutto il contatto perduto col proprio corpo. Si lavora con la tecnica, la musicalità, la conoscenza del corpo, la comunicazione di coppia all’interno del tango frame. Per mettere a punto il metodo ho dovuto analizzare nel dettaglio tutti questi aspetti. Per quattro anni ho studiato a fondo con un atleta olimpionico quali e quanti fossero i muscoli coinvolti nell’esecuzione del tango. La preparazione atletica non solo è necessaria ma è alla base di tutto. Vero è che chiunque può ballare il tango ma è importante sapere quali siano i muscoli e le parti del corpo che devono essere attivate. Così ho approfondito studi di biomeccanica e metodi olistici come il Feldenkrais, il Pilates e l’Antiginnastica, così da aiutare le persone a ritrovare la postura corretta, postura che alla nascita abbiamo d’istinto ma che perdiamo poi a causa di abitudini sbagliate, come per esempio quella di trascorrere troppo tempo seduti davanti al computer. In generale, osserviamo che siamo sempre troppo poco in contatto con i nostri corpi, essendo la nostra cultura sbilanciata sulla mente piuttosto che sulla corporeità. Diventa quindi di preliminare importanza aiutare le persone a ristabilire un contatto col proprio fisico: se questo manca, come possiamo entrare in contatto col corpo di un altro? Non solo: la comunicazione corporea è così complessa che va coscientizzata. Un altro fondamentale ambito di lavoro è quello della musicalità, cioè la capacità di tradurre ritmo e armonia in movimento.
“Qui in Romania vedo che giovani e meno giovani si mescolano ancora molto, fatto che comincia a essere meno frequente in molti altri luoghi, dove si coglie una crescente separazione per gruppi di età.”

Puoi tracciare un identikit dei tuoi allievi?
Si tratta di un pubblico molto eterogeneo: ci sono giovani, persone di media età, gente locale e stranieri di ogni parte del mondo. In comune hanno l’essere persone che condividono la stessa passione e rispetto per il tango. Perché, se è vero che il tango nasce da persone comuni, è poi cresciuto per diventare una forma d’arte universale e classica che richiede comprensione e rispetto. Al centro c’è la comunicazione tra due individui che cercano qualcosa di più profondo di una danza: un coinvolgimento, una visione del mondo. Non a caso nel 2009 l’UNESCO ha incluso il tango argentino tra i beni immateriali patrimonio dell’umanità. Tornando agli allievi, credo nella loro eterogeneità tutti apprezzino la scelta di uno spazio e di un metodo attraverso cui scoprire i meccanismi profondi del tango, inteso quindi non come moda del momento, ma come vera e propria filosofia di vita.

Il Tango oltreoceano: in Europa e nel resto del mondo…
Noi argentini siamo molto legati all’Europa, la nostra inteligentia ha profondi legami con la Francia, l’Italia, la Spagna. L’approvazione del vecchio continente è un fattore ricorrente e un fenomeno che riguarda tutte le arti: attraverso il filtro europeo siamo riusciti a riscoprire anche il tango, tornando ad apprezzarlo e valorizzarlo. Non è un caso che il debutto di Tango Argentino di Claudio Segovia sia avvenuto a Parigi.
Il tango in Romania: esiste una specificità locale?
Innanzitutto sono più appassionati e più sensibili alla musica. Anche in Russia. In generale, in tutto l’Est Europa c’è maggior cultura musicale. Non solo. Qui in Romania vedo che giovani e meno giovani si mescolano ancora molto, fatto che comincia a essere meno frequente in molti altri luoghi, dove si coglie una crescente separazione per gruppi di età. In origine il tango era crossgenerazionale, era un’esperienza che attraversava tutta la famiglia, dai più anziani ai più giovani: tutti assieme in pista! Le milonghe erano uno spazio condiviso tra giovani e anziani, ora si tende a separare di più: trovi milonghe per settantenni, milonghe per trenta-quarantenni… Purtroppo quella dimensione familiare è un tratto che si va perdendo un po’ ovunque in tutto il mondo e non mi piace perché ci fa perdere lo spirito del tango, che nacque in modo molto orizzontale e democratico: quando sei in pista non conta più che lavoro fai, quanti anni hai, l’unica cosa che accomuna tutti è la passione per la musica e il ballo. Puoi essere una ventenne che balla con un ottantenne e va benissimo così, perché state condividendo un’emozione in quel momento. Mi spiace molto che si vada perdendo questo aspetto e questa possibilità di incontrare persone con le quali, al di fuori del tango, non si sarebbe mai entrati in contatto: tu e il tuo tango, vai in pista e incontri altre persone! Ora i giovani non vogliono più danzare con i più anziani, e gli anziani preferiscono danzare con i loro coetanei, un vero peccato!
“Da soli siamo perfettamente baricentrici ma è soltanto quando ci troviamo di fronte a un’altra persona che succedono cose inedite e che scopriamo qualcosa di nuovo di noi stessi”
Terminiamo con l’improvvisazione: una parola chiave nel tango…
Musicalità, comunicazione e improvvisazione sono i tre elementi essenziali che si devono combinare tra loro senza un ordine specifico o prestabilito: tutti e tre devono essere presenti contemporaneamente. In altri tipi di ballo, salsa, rock & roll, walzer, ci sono dei passi base dove il follower segue il leader, ma nel tango non esiste alcun passo ritmico di base da cui partire, al contrario il movimento va costruito assieme sin da subito: si improvvisa in relazione alla musica e al movimento, non ci sono passi base e beat sui quali entrare, e questo rende la comunicazione e la capacità di reazione estremamente centrale. Al contempo, per poter improvvisare è necessario possedere la tecnica, saper restare in equilibrio, capire quando spostare il proprio peso va spostato. Il tango si costruisce come con dei mattoni, che bisogna conoscere per poter assemblare a piacimento. Riprova di questa grande libertà espressiva è che puoi ballare la stessa canzone con lo stesso partner e improvvisare qualcosa di completamente diverso ogni volta. Questo è ciò che rende il tango una sfida così coinvolgente. Al centro di tutte queste possibilità c’è l’individuo con tutte le sue potenzialità espressive. Da soli siamo perfettamente baricentrici ma è soltanto quando ci troviamo di fronte a un’altra persona che succedono cose inedite e che scopriamo anche qualcosa di nuovo di noi stessi. Il tango allora è come la vita: per questo insisto nel sottolineare il carattere intimamente umano del tango.

LINK:
Documentario TANGO ARGENTINO de Claudio Segovia y Héctor Orezzoli en Buenos Aires
Scuola di tango a Genova http://www.titango.it









